Lo sport dello scialpinismo è stato disciplina olimpica per la prima volta alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e come format di gara sono stati scelti, per questo inizio, la “sprint” e la “mixed relay”. Anche se non inedite, perché già presenti da più anni nella Coppa del Mondo e ai Campionati del Mondo, si tratta di tipi di gara relativamente nuovi e con meno tradizione rispetto alle competizioni lunghe in ambiente alpino.Si svolgono su tracciati preparati lungo le piste, con durate di circa 3’ per la sprint (indicativamente 2’30” per i migliori atleti uomini e intorno a 3’ per le donne, compresivi di salita, discesa e cambi di assetto), mentre la mixed relay è una staffetta mista, nella quale un uomo ed una donna si alternano in frazioni della durata intorno ai 7’ per l’uomo e di circa un minuto in più per la donna, con due salite, due discese e le relative transizioni, da ripetere due volte per ciascuno.
Rispetto alle manifestazioni lunghe, la dinamica del gesto e la tecnica di progressione cambiano profondamente, così come cambiano i metabolismi coinvolti: gare brevi molto intense fanno ricorso in misura maggiore a processi anaerobici e all’utilizzo dei carboidrati rispetto a sforzi più lunghi che sfruttano maggiormente il metabolismo aerobico e il grasso come fonte energetica.
L’ottimizzazione della tecnica di esecuzione del gesto atletico e la definizione di un programma di allenamento volto a migliorare i metabolismi coinvolti rivestono un’importanza fondamentale per eccellere in queste discipline.
Su questi temi è in corso nei laboratori E4Sport, in particolare presso lo Human Performance Lab del Polo di Lecco, una ricerca in collaborazione con il Comitato Regionale Alpi Centrali della FISI, alla quale partecipano docenti del Dipartimento di Meccanica (Marco Tarabini, Carlo Gorla e Diego Scaccabarozzi) e del DEIB (Manuela Galli).
Con un approccio tipicamente ingegneristico, l’attività si propone di fornire un supporto ad atleti ed allenatori nella messa a punto di strategie di gara e programmi di allenamento ottimizzati alla luce di un monitoraggio di parametri metabolici, biomeccanici e meccanici.
La collaborazione si è sviluppata in fasi successive: a partire dai primi test di laboratorio su un treadmill specifico per lo scialpinismo, fino a test sul campo, sia su terreno innevato in inverno, sia su erba in estate, gli atleti sono stati sottoposti a test, nei quali si misuravano, al variare della tecnica di esecuzione del gesto, della velocità e della pendenza, i seguenti parametri:
- ossigeno utilizzato, anidride carbonica emessa e rapporto tra i due gas, mediante un metabolimetro
- attivazione muscolare dei muscoli prevalentemente utilizzati mediante elettromiografia di superficie
- spinta degli arti superiori mediante bastoncini appositamente strumentati (durata della spinta, andamento della forza in funzione del tempo, angoli)
- spinta degli arti inferiori mediante solette sensorizzate
- lattato ematico mediante prelievi successivi
- frequenza cardiaca
- tracciamento della posizione lungo il percorso (prove sul campo), con calcolo della frequenza del passo e della velocità di avanzamento e ascensionale.
L’analisi dei dati e la loro correlazione hanno fornito a tecnici, allenatori ed atleti informazioni quantitative sulle quali lavorare nella messa a punto dei programmi di preparazione.
Alle attività ha collaborato anche l’Istituto di Istruzione Superiore Alberti di Bormio che, grazie al prof. Arrigo Canclini, ha messo a disposizione alcuni strumenti complementari a quelli del Politecnico, oltre all’esperienza pluriennale nel campo degli sport invernali.
Un’altra fase della ricerca si sta concentrando sullo studio di attrezzature ed accessori in grado di influenzare favorevolmente l’efficacia e l’efficienza del gesto atletico: anche per questo aspetto, la risposta è nell’analisi dei dati, gli unici che possono confermare in modo quantitativo gli eventuali miglioramenti attribuibili all’attrezzo.
Hanno partecipato ai nostri test numerosi atleti delle squadre giovanili del Comitato Regionale Alpi Centrali, tra i quali anche atleti cresciuti nel comitato regionale, in particolare nelle squadre agonistiche di Albosaggia e dell’Alta Valtellina, che ora però gareggiano come professionisti nei gruppi sportivi dei corpi militari dello Stato. Tra loro, oltre a Giulia Murada, atleta del Centro Sportivo Esercito che ha partecipato alla sprint olimpica, anche Rocco Baldini, della stessa formazione, oro alle Olimpiadi giovanili di Losanna nello scialpinismo, e Katia Mascherona, atleta delle Fiamme Gialle: avremmo voluto vederli tutti alle Olimpiadi ma il contingente a disposizione dell’Italia era costituito da due donne e un solo uomo (pur avendo due diverse specialità) e ciò ha impedito di prendere parte alla manifestazione ad atleti che ne avevano tutti i requisiti e che lo avrebbero meritato.
Sono stato presente all’esordio di Bormio come spettatore lungo il percorso della gara sprint, e ho avuto modo di constatare che la partecipazione ai giochi olimpici si è rivelata molto positiva per il movimento dello scialpinismo, perché vi è stata una grande partecipazione di pubblico, proveniente da diverse nazioni, anche alla gara sprint che si è svolta in un giorno feriale e sotto un’intensa nevicata, peraltro preannunciata dalle previsioni. Anche i mezzi di comunicazione hanno dato ampio spazio alla nuova disciplina: i format di gara scelti, anche se hanno suscitato qualche discussione tra i “puristi” della disciplina, si sono rivelati idonei ad attrarre l’interesse anche di chi non conosceva questo sport prima d’ora, grazie alla loro spettacolarità, intensità ed immediatezza di comprensione degli aspetti agonistici.
L’Italia ha ben figurato, arrivando ad un soffio da una medaglia, che sarebbe stata più che meritata, soprattutto nella gara sprint femminile. Alla luce del successo riscosso, lo scialpinismo sarà sicuramente alle Olimpiadi francesi del 2030, con ogni probabilità con più discipline: sarà un’occasione per ambire a risultati ancora migliori, con l’auspicio che lo Human Performance Lab possa essere d’aiuto agli atleti nel raggiungerli, coinvolgendo altre competenze presenti al Polo di Lecco se necessario, oltre a quelle già messe in campo nella prima fase della ricerca.




